articolo prova

  • di paolo.sartorio@outlook.it

Era il 1922 quando Evgenij Zamjatin scriveva la prefazione al suo romanzo Noi, scritto tra il 1919 e il 1921, nella prospettiva di una sua prossima pubblicazione, che invece non avverrà per molto tempo ancora. Probabilmente rimane il commento più lucido che si possa fare su questo libro, perciò è bene partire da lì.

Scriveva: “Finché nelle vene degli uomini continua a scorrere sangue rosso e caldo, finché l’umanità è ancora giovane, sempre ci saranno rivolte e rivoluzioni. Sono necessarie, come i temporali: perché il sole sia più accecante, l’aria più cristallina, i fiori più fragranti. […] Per fortuna viviamo giorni temporaleschi. L’eco ancora ne rotola, affievolendosi in lungo e in largo per la Russia, un vento secco e torrido soffia da Oriente a Occidente; laggiù, in Occidente, incombono nubi sempre più minacciose e, presto, si scaricheranno in testa alla gente, acque furiose scrosceranno spazzando via vecchie case e vecchi stati. Ma l’uomo si è disabituato da tempo agli spazi percorsi liberamente dal vento […]. Il soffio di questo temporale -ancora molto lontano al momento, forse non ancora udibile- percorre le pagine che seguono. Forse non verranno intese nel verso giusto. Ma un tedesco molto intelligente ha detto: «Il filosofo non deve essere per forza scemo». Vale anche per il lettore. Il mio scritto è per chi non soltanto sa camminare e marciare all’unisono, ma anche volare.

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