La via di Tommaso

  • di Lila Veneziani

La citazione d’apertura del libro era tratta dal Vangelo secondo Tommaso e diceva: “Quando farete di due uno, entrerete nel Regno dei Cieli”.

Io avevo solo diciassette anni, ma essendo cresciuta dalle suore di una cosa ero certa: gli evangelisti erano quattro e Tommaso non era fra questi. Quindi qualcosa non quadrava.

Le suore infatti non mi avevano detto che oltre ai Vangeli canonici esistevano anche i cosiddetti Vangeli Apocrifi, il che per me non era un dettaglio. Il parroco a cui poi mi rivolsi per avere chiarimenti mi liquidò definendoli semplicemente dei falsi.

Intanto però l’enigmatica frase di Tommaso era molto più interessante delle parabolette della domenica mattina, per cui volevo sapere chi avesse deciso che fosse un falso, perché, e soprattutto falso rispetto a cosa.

Oggi so che nella terminologia religiosa il termine “apocrifo” si utilizza per libri rivelatori di verità occulte che, in quanto non facilmente assimilabili dai fedeli, vengono esclusi dalle liturgie domenicali per rimanere destinati a degli iniziati; ma so anche che i Padri della Chiesa attribuirono invece a questo termine il significato di bastardo e falso, estendendolo poi a tutti i testi sospetti di eresia.

Per quanto mi riguardava, allora io avevo letto che apocrifo voleva dire “segreto” o “nascosto” e questo naturalmente suscitava in me un forte interesse; ma il parroco interruppe definitivamente i miei interrogativi con una conclusione da manuale: stavo perdendo la fede.

In realtà io di fede non ne avevo mai avuta, non almeno da quando avevo testa per pensare. Quindi ero atea? Nemmeno per idea: conoscevo le argomentazioni degli atei e poche altre teorie mi erano altrettanto odiose. Ero stata accalappiata da altre religioni? Escluso.

Il fatto che potessi essere una non-religiosa-non-atea lasciava perplessi quelli con cui mi confrontavo, ma io sentivo che la porta aperta da Tommaso era preziosa.

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Oggi, a più di quarant’anni di distanza, capisco bene perché lo fosse: era preziosa non solo per avermi indicato l’esistenza di altre letture possibili della dimensione spirituale, ma lo era perché mi aveva fatto capire che non tutto ciò che esiste mi sarebbe stato spiegato, a scuola come a catechismo, ma che io avrei avuto sempre la possibilità di scegliere e valutare, anche se in solitudine.

Nella singolarità storica in cui viviamo oggi, quella dinamica catechistica di tanti anni fa mi torna utile nell’analisi dell’attuale processo di formazione dell’opinione delle masse, dove pare replicarsi lo stesso tipo di approccio: che si tratti di Provax-Novax, di Russia-Ucraina, di Destra-Sinistra, Europeisti-Sovranisti, Ambientalisti-Negazionisti climatici, Gender-NoGender, Porti aperti-Porti chiusi poco importa. Quello che è ormai palese è che siamo totalmente in balia di programmazioni basate su schemi dualistici che hanno l’obiettivo, oggi più che mai, di plasmare l’opinione pubblica eliminando la possibilità del pensiero critico, proprio e autentico del singolo individuo.

Con questo scopo, che credo debba essere chiarissimo ai vertici di ogni organo di propaganda, viene quotidianamente preparato il mangime informativo con cui formiamo, senza saperlo, le nostre convinzioni. E credo d’aver capito che il processo di tale lavorazione dei contenuti preveda tre passaggi di base:

  1. Semplificazione dell’argomento, scelta che asseconda la pigrizia mentale della maggioranza;
  2. Riduzione del tema semplificato in due fronti opposti – se serve anche falsi opposti – per facilitare la divisione sociale e deviare l’aggressività dei cittadini sui propri simili evitando rivolte verso l’alto (quella che si chiama orizzontalità del conflitto);
  3. Attribuzione del giudizio di “buono” e “cattivo” a ciascuna delle due metà, eseguita in maniera tanto implicita quanto inequivocabile, la quale facilita all’individuo il riconoscimento dell’opinione “corretta” da scegliere con un automatismo quasi da semaforo (verde-buono, rosso-cattivo), e che dunque risulta particolarmente gratificante in fase di scelta.

Ora, siamo tutti consapevoli, ed è ormai ampiamente dimostrato, quanto questa strategia risulti vincente dal punto di vista dell’addomesticamento del pensiero collettivo. Ma il punto è che tale processo concretizza il suo danno principale a monte. Ovvero: ancor prima di dividerci in pericolose tifoserie, la violenza più grave si consuma nella mente e nell’anima dell’individuo dove l’appiattimento dell’informazione e il dualismo che ne discende limitano e deformano in modo sostanziale la sua capacità conoscitiva e di conseguenza la sua consapevolezza e la sua profondità spirituale.

Si pensi, a titolo d’esempio, alla complessa tematica dell’identità di genere: un argomento assolutamente impossibile da semplificare e ridurre in due macrocategorie di cui una giusta e l’altra sbagliata, trattandosi per di più di un tema per alcuni totalmente nuovo e dunque per molti versi spiazzante.

Tanta complessità necessiterebbe di un’introduzione graduale che dia il tempo di approfondire e decantare la questione su più fronti, suscitando più domande che risposte: quanta parte della problematica della transessualità è di tipo culturale e quanta di tipo biologico? Perché insorge? Quanto, certe immagini veicolate in fase educativa, possono influenzare bambini e adolescenti? Non è forse necessario, per insegnare la massima apertura rispetto alle specificità di ciascun individuo ed evitare schematismi di tipo patriarcale, accogliere invece le istanze di tutti su un aspetto tanto intimo dell’essere umano?

Insomma, un lavoro di conoscenza e approfondimento di un mondo vasto e complesso che non aveva e non ha necessità né tantomeno urgenza di subire alcun diktat.

Invece siamo stati messi con le spalle al muro di fronte all’ennesima scelta dicotomica: o si è favorevoli alla fluidità di genere (definita per ironia della sorte non-binaria!) quindi buoni, inclusivi e arcobalenati, ma con la clausola di dover accettare gli interventi ormonali e chirurgici sui minori che non si riconoscono nel proprio corpo – la “scienza” non perde tempo nel trovare di che vendere – oppure si è semplicemente transfobici, quindi fascisti. A noi la “libera scelta” e il divieto sottinteso a proseguire nella vera comprensione del problema.

Semplificazione, divisione in due e scelta: buona o cattiva. Nel mezzo cosa si perde? Praticamente tutto.

La gravità di questa formazione del pensiero collettivo si misura in primis nella vastità delle implicazioni.

Come possiamo vedere dalla lunga lista delle tematiche riportate sopra, infatti, la semina e la coltivazione dell’opinione pubblica non si limitano all’ambito meramente politico. Un conto infatti è cercare di influenzare i cittadini, persuadendoli che una certa ideologia politica o economica sia migliore di un’altra al fine di ottenere il loro voto alle elezioni. Un altro è formare il pensiero della massa praticamente su qualunque argomento della vita quotidiana: etica, salute, uso delle risorse primarie, alimentazione, sessualità, immigrazione e chissà cos’altro ancora. Ovvero gli elementi che ci vengono inculcati per insegnarci esattamente cosa pensare, coprono l’intero spettro delle faccende del vivere. Se si considera ad esempio come il capitolo della propaganda Provax-Novax influenzi tutto l’ambito della salute, non solo il nostro rapporto con i medici, ma in generale il concetto di malattia, di libertà di cura, il contatto fisico con gli altri, l’idea di vita e di morte e molto altro ancora, ci si rende subito conto dell’invasività di tale strategia semantica.

Oltre alla vastità del raggio d’azione, la gravità del fenomeno della manipolazione del pensiero è insita anche in altri due aspetti: la sua dimensione geografica smisurata, che rende quasi impensabile un suo possibile arginamento, e l’uso di strumenti estremamente affilati atti alla penetrazione psicologica più profonda, come la linguistica applicata, che sta lavorando con grande maestria sullo svuotamento e stravolgimento del senso dei singoli vocaboli, e che merita un approfondimento a parte.

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Riassumo tutto ciò consapevole che si tratti di concetti per lo più già noti, ma mi pare importante tenere presente un elemento: il rischio del pensiero automatico conseguente a tale informazione binaria si corre in entrambe le direzioni, ovvero sia scegliendo meccanicamente le risposte obbedienti quanto quelle disobbedienti. Perché la problematica dell’appiattimento mentale interessa tutti, anche chi si sente in salvo sull’isola della dissidenza, perché il pensiero automatico è per sua natura pigro e vile nel suo ripercorre sentieri e circuiti già percorsi, nel pensare il già pensato e autocompiacendosi d’aver sempre ragione.

Se infatti in alcuni fronti opposti la risposta non può che essere quella rossa, ovvero quella contraria a ciò che impone il sistema (penso sia al rifiuto dell’obbligo vaccinale che all’adesione alla guerra, questioni per cui non c’è altra possibilità che l’opposizione categorica), in altri fronti invece la risposta rossa potrebbe essere solo illusoria (come nelle finte diatribe Destra-Sinistra, dove si tratta di finti opposti) e in altri ancora addirittura fuorviante (come nella questione ambientale o in quella dei fenomeni migratori).

I cittadini predisposti all’obbedienza infatti, ovvero quelli che per temperamento e caratteristiche psicologiche rispondono pavlovianamente “verde”, si posizionano con tempi sempre più rapidi in linea con quanto imposto dall’alto, e l’abbiamo ben visto nei quadridosati che sventolano la bandiera della Nato con la spilletta gialloblu sul petto.

Gli altri, i cosiddetti dissidenti, hanno invece la possibilità di scegliere: possono agire anch’essi impulsivamente rispondendo sempre e comunque “rosso” a prescindere dalla questione –  mossi da una rabbia più che comprensibile o semplicemente per una pigrizia uguale e contraria ai primi – oppure possono, di volta in volta, cercare di approfondire le questioni sul tavolo, prendendosi del tempo per costruire la propria personale verità delle cose, a prescindere dal “partito preso”.

Faccio alcuni esempi di possibili automatismi: se è ormai lampante a tutti che Biden sia un misero burattino guidato da una élite finanziaria sfacciatamente cinica, non è detto con questo che Trump sia il salvatore, visto che è importante distinguere la realtà dalla speranza. Se è palese la criminalità di un personaggio come Zelensky, non si può dare per scontato che Putin debba essere un eroe. Se si è capito che Greta Thunberg è uno strumento nelle mani di una mal celata enclave capitalista, non bisogna con ciò ridicolizzare la ahimè serissima tematica ambientale. E così via.

Non per niente questo approccio dualistico a cui siamo sottoposti ricorda il sistema binario dei Bit – 0-1 – utilizzato per la programmazione informatica degli elaboratori elettronici, dove proprio il funzionamento e l’efficienza del processo vengono misurati dalla velocità delle risposte e, a monte, dall’impossibilità di uscire dal circuito preimpostato. Credo infatti che chi sta cercando di “programmarci” sappia perfettamente che non tutti sceglieranno l’opinione verde vivamente suggerita dalla propaganda; ma ben sapendolo, l’opinione rossa è stata progettata in largo anticipo, con altrettanta cura e in modo totalmente compatibile con l’obiettivo finale. Del resto se il sistema di programmazione prevede l’abbinamento on-off/0-1, è proprio tale combinazione a far funzionare il programma. Quindi anche i dissidenti, senza affatto volerlo, senza che ne siano consapevoli e a volte – ma solo a volte – senza aver altra scelta, possono ritrovarsi ad alimentare efficacemente la macchina della propaganda.

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Da questo circuito, però, esiste una via di fuga. E questa è la vera terza via. Quella stretta e in salita del non-religioso-non-ateo, la quale non è banalmente la “via di mezzo”: perché non c’è nessuna mezzeria di senso in tutto questo, perché il giusto non si trova seguendo logiche quantitative del troppo o del troppo poco e perché la terza via non è una ma è moltitudine.

La terza via è l’insieme, l’intero che altri cercano di frantumare, il pensiero apocrifo – “Quando farete di due uno, entrerete nel Regno dei Cieli” – che ritrovai scritto in un Vangelo che non per niente è stato considerato dalla Chiesa Cattolica, dopo circa cinquecento anni dalla sua scrittura, in modo del tutto arbitrario un falso, e che non per niente fu scritto da quell’apostolo che Giovanni descrisse come colui che per credere di essere di fronte ad un Gesù risorto volle toccare con mano le ferite sul suo petto di uomo.

Infine, con questo, si capisce anche perché da sempre ritengo che la scelta tra una religione precostituita e l’ateismo sia per me un bivio del tutto inaccettabile, ovvero uno dei finti opposti di cui sopra.

Sia ateismo che religione mi avrebbero infatti ugualmente impedito un vero percorso spirituale – cioè un percorso libero. Il pensiero ateo, non trovandolo sotto i bisturi della chirurgia, negava lo spirito addirittura per principio, mentre la religione cattolica – come qualunque altra religione precostituita – anche se apparentemente lo andava celebrando, se ne sarebbe presto appropriata, imbrigliandolo in un apparato dottrinale soffocante finalizzato non certo alla mia crescita personale quanto alla cieca obbedienza della fede.

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